Ok, chiudiamo le telefonate da casa, stop al televoto: dopo numerosissime richieste pubbliche e private di andare a visitarla, ce l’abbiamo fatta. Siamo stati da Eataly.

Le emozioni suscitate dalla nuova avventura italo-americana del brand torinese sono troppe e anche un po’ confuse — soprattutto per chi non vede l’Italia ormai da nove mesi.

Iniziamo dicendo che ci sono stata in pausa pranzo per mezzora, e le sensazioni sono state abbastanza disparate. E dunque mi riservo di suddividere questa mia esperienza Eatalyana in piu’ puntate — sperando innanzitutto che la folla si calmi e tra qualche settimana sia effettivamente possibile almeno dare un’occhiata ai prodotti senza essere spintonati qua e la’.

Ma procediamo con ordine. Dato che lavoro a due passi da Flatiron, dove ieri ha aperto i portoni questa sorta di Little Italy del ventesimo secolo, ho approfittato del carico di lavoro non eccessivamente asfissiante di oggi, per passare una mezzoretta da Eataly. La prima cosa che mi ha colpito e’ che c’era la coda per entrare. E fuori sembrava di essere al quindici d’Agosto nel deserto del Sahara. Non piacevole. Non piacevole per niente. Nonostante cio’, ho resistito. Nota ilare dell’attesa: un signore americano si e’ avvicinato a me ridacchiando e, vedendo la mia espressione curiosa, mi ha spiegato che: “Alla domanda “Quanto tempo ci vorra’ prima di entrare”, l’impiegato alla porta di ingresso ha risposto: “Due, cinque minuti…o piu’ o meno quinidici, venti””. Perdonatemi, ma non mi sono trattenuta, e mi e’ scappato il commento: “Ah, so Italian!”, ricevendo un ridacchiante cenno di approvazione in cambio.

Appena entrata, sono rimasta…confusa. Mi aspettavo un odore familiare, da brivido sulla schiena — e invece nulla. Mi aspettavo di riconoscere marchi e confezioni familiari — e invece ho dovuto aspettare di passare almeno un paio di stand prima di arrivare effettivamente a scorgere colori e forme di casa. E sinceramente, dato che da fuori ho notato un paio di banconi da bar dove la gente prendeva il caffe’ IN PIEDI (!!) mi aspettavo lui, IL rumore per eccellenza, cio’ che dell’Italia mi manca di piu’, cio’ di cui mi sono accorta di non riuscire a fare a meno: lui, il rumore da bar. Avete presente il chiacchiericcio urlante, l’incontro perfetto della tazzina sul piattino, il fischio della macchina dell’espresso, il doppio contraccolpo dello svuotamento del filtro, con successivo doppio click per il riempimento, e il dolce e affusolato rumore dell’avvitamento del filtro alla macchina — quel rumore a cui probabilmente siete talmente abituati che nemmeno vi accorgete di avere? Ecco…lui non c’era. C’erano altre piccole sfumature che ci assomigliavano, ora un timido chicchericcio, ora un sottile fischio di acqua che bolle. Ma nulla a che vedere con quello vero, scalpitante, a tratti arrogante dei bar italiani. Magari e’ solo questione di tempo, chissa’, prima che i baristi americani ci prendano la mano e capiscano che la macchina dell’espresso un po’ va anche maltrattata.

In ogni caso, passata la piccola delusione, e la zona bar, mi sono addentrata nei meandri di Eataly, scovando moltissimi cartelli in italiano, uno stand della Alpitour, uno della Unicredit (per chi volesse prelevare), una zona apposita per controllare le notizie dall’Italia in tempo reale, un mini shop Alessi, Guzzini e Bialetti, e tutto il resto diviso in aree, a seconda del tipo di cibo che vi si trovava — il pane, la pasta, le verdure, gli affettati, i panini, il pesce, i formaggi, il gelato — ognuna con annessa un’area ristorante dove e’ possibile assaporare i gusti e i sapori tipici di casa nostra — oltre ad avere la possibilita’ di leggere i cartelli altamente educativi, con tanto di mappe e spiegazione degli ingredienti, appesi un po’ ovunque.

Sara’ che ero affamata, avrei voluto comprarmi il negozio.

Se non fosse…che i cartellini dei prezzi hanno avuto lo stesso effetto che una collana d’aglio su un sottile collo roseo e palpitante puo’ avere per un vampiro: il “Vade Retro” disgustato e automatico, seppur a malincuore, e’ stato immediato.

In ogni caso, dato che ero una donna con una missione (provare la vera esperienza Eatalyana fino in fondo per poterla raccontare ai nostri fedeli lettori (ok, ok, DOVEVO trovare una scusa per comprare qualcosa!)), mi sono messa in coda ad uno dei banconi per prendermi un panino con solo prosciutto crudo da (gulp!) ben nove dollari. Mentre attendevo il mio turno, ho dato una sbirciata anche alla fauna che mi attorniava, e ho studiato un poco i comportamenti d’aquisto soprattutto degli americani.

La prima cosa che mi ha colpito e’ che tutti gesticolavano parecchio, e si sforzavano di fare l’accento italiano quando ordinavano i panini (con tanto di mano a conchiglia ingenuamente agitata come ad enfatizzare le parole). Come a dire che da Eataly siamo un po’ tutti italiani. O meglio, siamo un po’ tutti Julia Roberts in Eat, Pray, Love. La cosa mi ha fatto un po’ sorridere di tenerezza.

La tenerezza e’ poi aumentata quando ho visto, dall’altra parte del corridoio, l’uomo dietro al banco dei pasticcini, italiano, che parlava con una bimba, anche lei italiana, riguardo a New York, a quando sarebbe ritornata in Italia, e all’inizio della scuola, per poi finire con regalarle in maniera molto discreta un cucchiaio di tiramisu, trattando l’atto di complicita’ come se fosse il loro piccolo segreto. Ahhh, l’Italia, gli italiani, che popolo meraviglioso!

Girato lo sguardo pero’, arriva la contro emozione: il ragazzo davanti a me, americano, stava chiedendo al ragazzo che stava prendendo le ordinazioni, anche lui americano, cosa fosse “the brisola”, cioe’ la bresaola. Risposta: “It’s an air-dried salami, it’s similar to that” mostrando l’immagine di un panino con del cacciatorino tagliato fine. Mmmm…sono confusa. Quindi da Eataly americani insegnano ad altri americani a mangiare italiano? Non molto incoraggiante. Ma sara’ stata la pressione del momento, sono sicura che si e’ trattato solo un piccolo errore.

Arrivata alla cassa per pagare la mia ciabattina (molto -ina) con prosciutto crudo di Parma (SOLO prosciutto crudo di Parma), il ragazzo, italiano, si e’ accorto, a giudicare dalla mia perfetta pronuncia nel dire “Prosciutto Crudo di Parma”, che si trovava davanti ad una connazionale. Dopo un paio di battute, si e’ arrivati alla domanda: “E che ci fai a New York?”, risposta:”Lavoro in PR”. Successivo commento un poco scherzoso, un poco altezzoso, un poco snob: “Oh, ma tutti gli italiani a New York lavorano in promozione? Ma com’e’ possibile?! Ma che e’?”. Strizzata d’occhio finale. Ah, l’Italia, gli italiani, che popolo. Punto.

Lasciata alle spalle questa nuova Little (Posh) Italy, sono tornata in ufficio — e ho finalmente addentato il mio panino. Dire che ho sentito i mandolini (alla faccia degli stereotipi) suonare e’ poco. Mi sono sentita come l’attore nella pubblicita’ della mozzarella campana, quella dove si gusta ogni forchettata al rallentatore, perche’ “Se no finisce subito!”. Le mie papille gustative si sono alzate tutte alla fine e hanno preparato un discorso di ringraziamento. Quel panino era veramente buono. Ed ero sicura che su questo Eataly non m’avrebbe deluso.

In ogni caso, conto di ritornarci. Presto. E magari studiarla un po’ meglio, per descrivervi le sicuramente altre emozioni che mi suscitera’ — e anche per comprare i Pan di Stelle, che stranamente sono meno cari che negli altri negozi!

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